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135582287118-12-2012 di Rossana De Lorenzo
fonte: Città Nuova

Una cultura per la terza età e per il territorio che con 325 sedi su tutto il territorio italiano ha cambiato la prospettiva sul ruolo dell'anziano e sul suo patrimonio di valori, ancora utili e attivi anche per le nuove generazioni. Intervista a Irma Maria Re, presidente nazionale.

Venticinque anni e ben portati quelli che presso l'aula Magna dell'Università della Basilicata a Potenza, ha festeggiato l'Unitre, l'università delle tre età. Tra i presenti che sono intervenuti la presidente nazionale Irma Maria Re, il vice presidente e socio fondatore Silvio Aprea, il sindaco Vito Santarsiero e il preside della facoltà di sociopedagogia Sebastiano Zirpoli. Incoraggianti le parole del sindaco, che in passato ha partecipato a questa realtà universitaria anche come docente. Di questo e di altro, si è discusso con la presidente nazionale Irma Maria Re, che con grande entusiasmo e professionalità, ha descritto il suo impegno profuso dal 1975, anno della nascita della prima Unitre a Torino.

Da cosa nasce un progetto tanto innovativo quanto inclusivo, quale quello di Unitre, che coniuga la cultura con un'età che spesso è vista come tramonto, come uscita dalla vita sociale e lavorativa?

«Il tutto è nato sull'esempio della lezione francese, con le sue sedi a Tolosa, che a differenza dell'Italia, era però rivolta unicamente ai cinquantenni. Noi a Torino e nel resto del Paese poi, abbiamo allargato le basi della partecipazione, abbattendo un limite anagrafico. Questo nel corso del tempo si è tradotto nella creazione di 325 sedi dislocate in tutto il mondo e forti di un progetto di vita, dove ciascuno collabora ad un sapere trasversale».

Sono passati tanti anni dal lontano 1975, anno della fondazione della prima Unitre e da quel 1988, data di nascita della sede potentina. Cosa significa Unitre oggi? Cosa è cambiato rispetto al passato?

«Unitre oggi significa aver offerto a molte persone la gioia di acculturarsi, il modo di rientrare a far parte di una società, che non li ha più emarginati, regalando loro il sogno di una vita. Non si tratta soltanto di studenti, ma di associati legati ad un'istituzione che porta avanti la cultura per tutti».

Uno dei concetti portanti è: "Saper invecchiare ergo saper partecipare". Alla luce della sua esperienza, cosa vuol dire saper invecchiare al giorno d'oggi?

«Saper invecchiare vuol dire innanzitutto ribaltare un precedente paradigma come quello di autori antichi quali Terenzio e Seneca, che consideravano la vecchiaia al pari di una grave malattia. Credo invece che questo significhi solo essere nati prima e non deve divenire motivo di marginalizzazione, bensì il contrario».

Lei crede che nella società attuale, che si autoproclama avanzata, le persone anziane siano realmente considerate come le depositarie di una memoria storica e di esperienze, che diversamente andrebbero perdute?

Sì, penso che vengano considerate e valorizzate come depositarie di una memoria storica. Tra i nostri lavori, ci sono stati proprio dei volumi sulla memoria collettiva. "Perle della memoria" è uno di questi realizzati da Unitre e dai giovani, a dimostrazione che un dialogo generazionale è possibile oltre che utile per riportare alla modernità valori, che diversamente andrebbero dimenticati. In particolare mi riferisco all'amore e alla speranza e a una società della pace che possa risorgere con maggiore forza che in passato. Pensiamo ad una religione dell'amore, la stessa che anima i nostri progetti sociali nell'ambito dell'Accademia dell'Umanità, che offre collaborazione negli ospedali, nelle case famiglia e in tutti i luoghi dove bisogna accendere di nuovo la speranza che qualcosa possa cambiare. Infine sento di dire che la sede di Potenza, dove ritorno sempre con grande piacere per la calorosa accoglienza che mi viene riservata, è uno dei miei fiori all'occhiello, un polo dove davvero cultura e umanità sono un tangibile fil rouge.

L'amore è l'unico tesoro che si moltiplica per divisione, ama ripetere la presidente nazionale e nell'Unitre questo si traduce nel vivere insieme, condividendo l'esperienza della cultura.